» Inviato da valmaura il 27 December, 2019 alle 1:13 pm
Scuola De Amicis di via Combi.
Per meglio dire abbandonati alla loro triste sorte sono i beni di proprietà pubblica, in assenza di vigilanza della Corte dei Conti per eventuale danno erariale. Costruita sotto l'Austria, come si evince dalla sua architettura, ha funzionato egregiamente come scuola elementare fino alla seconda metà degli anni Ottanta dello scorso secolo. Di sventurata proprietà del Comune di Trieste ha poi ospitato una sezione dell'Istituto Galvani, indirizzo odontotecnico, per poi divenire sede della Scuola di Scienze sociali dell'Università. Poi venne inspiegabilmente chiusa. Destinata dal Comune, seconda Giunta Dipiazza ed in particolare amministrazione Cosolini, come futura sede della “Casa delle Associazioni”, non fu mai aperta perchè palazzo Cheba non trovava prima i 43.000 euro diventati poi 63.000 per gli asseriti necessari lavori di manutenzione all'impianto elettrico. Nel frattempo l'edificio ha funzionato per alcuni mesi come ricovero di una trentina di migranti, alloggiavano lì su delibera delle Istituzioni che non consideravano evidentemente un problema ostativo l'impianto elettrico non a norma. Da allora l'edificio è rimasto vuoto, salvo una saltuaria passata presenza di seggi elettorali, tanto se un incendio bruciava schede ed urne visto il livello della politica non era un problema. Ovviamente più passano gli anni e maggiormente la bella scuola si deteriora ed aumentano le spese per un suo restauro. Non problem, tanto paga Pantalone, ovvero noi. E la Casa delle Associazioni? Vallo a sapere, anche loro sotto i ponti. Ultimo dettaglio: il Ricreatorio comunale, appunto De Amicis, a lato, sul retro al pianoterra, continua invece ad essere regolarmente aperto, Ludoteca compresa. E questi sarebbero gli “amministratori” del Comune di Trieste, nessuna parte politica esclusa.
Per le foto: Facebook Circolo Miani.
A Trieste sempre meno edicole.
» Inviato da valmaura il 26 December, 2019 alle 11:35 am
Interi quartieri oramai ne sono privi: perchè il Comune non si muove come a Mantova e Milano?
Edicole in crisi: a Milano e Mantova riaprono e diventano “sociali” per riscattare col lavoro chi è in difficoltà. A Borgo Virgilio (Mantova) una cooperativa ha rilevato un'edicola che aveva chiuso dopo 50 anni: oggi ci lavorano in due. A Milano, invece, un progetto analogo in piazza Santo Stefano riparte con ex detenuti e disoccupati. "Queste iniziative - spiega Giuseppe Marchica, segretario nazionale del sindacato dei giornalai - sono importantissime: attribuiscono all'edicola quella rilevanza sociale che a volte sfugge" In Italia chiudono mediamente cinque edicole al giorno. A Trieste ne sono sparite quasi i due terzi. Un’attività in crisi, che risente delle difficoltà dell’editoria e del crollo delle vendite dei giornali cartacei. Eppure c’è chi in queste attività ci sta credendo, trovando in esse anche occasioni di riscatto sociale per persone in difficoltà. A Milano nel 2015 e, recentemente, a Mantova sono nate e sono attive due “edicole sociali” gestite da cooperative, in collaborazione con le amministrazioni comunali, che fanno dell’inclusione di soggetti svantaggiati e della voglia di ridare dignità a un servizio forse troppo in fretta dato in via d’estinzione un tratto distintivo che le unisce a distanza di oltre 200 chilometri. Si tratta di due esperienze uniche sul territorio nazionale, come conferma Giuseppe Marchica segretario nazionale del Sinagi, il sindacato nazionale giornalai, scollegate fra loro, nate da realtà diverse che neppure si conoscevano, caratterizzate da tratti differenti, ma realtà che hanno visto nell’edicola un luogo ancora carico di fascino e necessario.
Auguri, ma non a tutti.
» Inviato da valmaura il 24 December, 2019 alle 12:44 pm
Non c'è nulla di più personale come rivolgere i propri auguri, sentiti e non di ipocrita routine perchè così fan tutti, a terzi. Per questo non ci sentiamo di porgerli indiscriminatamente. E li destiniamo alle persone che ne riteniamo degne. Non ci sogneremmo mai di rivolgerli al 99% dei cosiddetti giornalisti che così male operano a Trieste e Regione e che tanto danno arrecano alla nostra comunità privandola delle informazioni libere per poter decidere il proprio destino. Tanto meno li rivolgiamo ad una politica, tutta che le eccezioni non fanno testo, che porta, e non da oggi, la responsabilità delle tante vere emergenze di cui la nostra terra soffre, e tenta malaccortamente di nasconderle sotto un tappeto di palle e lustrini. Ma non auguriamo nulla neppure a quella pletora di sigle e personaggi che da sempre hanno una innata vocazione a servire questo o quel partito, e che non rappresentando nemmeno i propri familiari esistono sotto i nomi più fantasiosi solo grazie a comparsate occasionali su stampa e televisioni appecoronate. D'altronde gli “utili idioti” a questo servono, fin che servono ai loro padroni. Insomma la versione politica del “Tampax”. Ed il campo che si autodefinisce “ambientalista” ne è particolarmente affollato. Ultimi, ma non per questo meno importanti, a cui mai rivolgeremmo degli auguri, sono i tanti, troppi cittadini che accettano di seguire, per pigrizia, rassegnazione o per partito preso, fatalisticamente il corso delle cose condannando così tutta la nostra comunità a subire. Mai vista in Italia una classe dirigente tanto sgangherata, ignorante, settaria e male in arnese come quella che ci troviamo ad avere a Trieste ed in Regione. E di questo dobbiamo ringraziare innanzitutto i nostri concittadini che questi personaggi evidentemente ben rappresentano. Dunque auguri a tutti quelli che restano. E che considerano ancora la parola dignità una cosa per cui vale la pena battersi. Maurizio Fogar
» Inviato da valmaura il 23 December, 2019 alle 12:21 pm
L’area a caldo (Altoforno, Cokeria, Agglomerato ed impianti connessi) occupa circa 360 persone, la cui età media è sopra i 50 anni. I rimanenti sono impiegati nella Logistica portuale, nella Centrale elettrica e nel Laminatoio, aree che per ora non sono in discussione. Lo stabilimento (area a caldo) ha scorte di materiale per continuare la produzione grossomodo fino alla fine di febbraio. Attualmente non sono stati rinnovati ordini e pertanto non è previsto l’arrivo di alcuna nave diretta alla produzione. La proprietà oscilla tra la vendita del 40% dei terreni di sua proprietà ed il mantenimento della stessa ai fini del suo coinvolgimento nelle future attività logistiche-portuali. Acciaierie Arvedi ha fissato nel 31 gennaio lo stop produttivo (area a caldo) e poi impiegherà il mese di febbraio per il fermo e lo spegnimento degli impianti in sicurezza. A marzo dunque, allo stato attuale delle cose, per i dipendenti dell’area a caldo, si prospetta con certezza la sola Cassa Integrazione. Certo potranno essere percorse le strade del prepensionamento per alcune decine di dipendenti, o il parziale reimpiego dei rimanenti negli interventi di smontaggio degli impianti e di pulizia dell’area. La difesa ad oltranza messa in atto, giusta o sbagliata che alla fine si riveli, del rinnovo di alcune decine di contratti a termine (dai 30 ai 60) di operai impiegati nel Laminatoio, per i quali (età media 25 anni) era stato prospettato dal Gruppo Arvedi, che va detto non ne aveva alcun obbligo essendo fin dall’inizio prestazioni d’opera a termine, il mantenimento del lavoro presso una azienda metalmeccanica della Bassa Friulana, e che è stato respinto dal sindacato. Così a marzo la possibilità che una sessantina di dipendenti a tempo indeterminato attualmente operanti nell’area a caldo e che potevano essere impiegati nel Laminatoio, mantenendo il medesimo livello contrattuale, è pertanto sfumata. Ora si sta assistendo ad una scena che dà la piena misura della totale incapacità di una classe dirigente pubblica. Dopo nulla aver fatto a partire dall’annuncio comunicato a Governo e Regione nel 2001 dalla allora proprietà, la fallenda una prima volta Lucchini, per avviare un progetto di riconversione dell’area e ricollocazione dei dipendenti Ferriera. E dopo aver lasciato che la russa Severstal facesse il bello e brutto tempo per una dozzina di anni, e aver fatto sparate a membro di segugio sul “chiudo in 100 giorni” o peggio anche se ingiustamente dimenticata “ne ho parlato con Terranova (segretario generale e direttore del Comune) i dipendenti Ferriera li assumiamo in Comune”, DiPi, ora si assiste alla supplica corale di Regione, Comune e Governo rivolta al cavalier Arvedi di rinviare il fermo dell’area a caldo. Ovviamente in questi mesi praticamente nessuno di lorsignori ha tirato fuori un’idea o un progetto concreto sul futuro dei lavoratori e della riconversione produttiva dell’area. Ed è toccata unicamente ad Arvedi la responsabilità di presentare un progetto (chiamiamolo sbrigativamente raddoppio del Laminatoio), compatibile con la tutela dei suoi interessi ed il mantenimento dei livelli occupazionali. Progetto che comunque abbisogna di tempi ed investimenti certi.
Ospedale Cattinara. E la politica “festeggia”.
» Inviato da valmaura il 22 December, 2019 alle 3:46 pm
Cosa ci sia da “festeggiare” per l’apparente sblocco, dopo due anni di stop, del cantiere che ripartirà, se va assai bene, appena nell’autunno 2020 rimane un mistero. Anzi no: la testimonianza di una politica, tutta, che invece di vergognarsi stappa lo spumante. 24 anni ci hanno messo per costruirlo, con i costi che raddoppiavano, tanto paga Pantalone-cittadino, e quando fu inaugurato il 19 marzo 1984 era oramai giudicato già obsoleto e poco funzionale. E una volta pronto, restò a lungo vuoto: mancava il personale. 20 anni sono passati dal progetto di ristrutturazione, e 25 saranno, intoppi permettendo, quando questi lavori saranno finiti. Si proprio da festeggiare, ed i protagonisti di questo scempio sono quasi tutti sempre gli stessi e sempre nei “Palazzi del potere" pubblico. Cin cin. Buon anno Trieste.